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Alfredo Baccarini, un grande servitore dell’Italia

L’ingegnere nato a Russi e poi ministro dei Lavori Pubblici dal 1878 al 1883 è uno dei “migliori 150 servitori dello Stato” secondo il Ministero della Pubblica Amministrazione e dell’Innovazione

Arriva direttamente dal Ministero per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione un importante riconoscimento che arricchisce il profilo risorgimentale della Città di Russi grazie a una delle sue figure più importanti e stimate. Alfredo Baccarini, che nacque a Russi il 6 agosto del 1826, è infatti stato inserito dal Ministero tra i migliori 150 Servitori dello Stato, nell’ambito di un’iniziativa voluta dal Ministro Brunetta per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia.

“Questo importante riconoscimento – commenta il sindaco di Russi Sergio Retini – testimonia l’assoluta centralità e importanza di Baccarini nelle vicende dell’Italia risorgimentale e post-risorgimentale. Baccarini è da sempre una delle figure più illustri nate nella nostra città, e da alcuni anni esiste un’apposita sezione del Museo Civico di Russi che ne documenta la vita e l’attività. Considerando che Russi ha dato i natali anche a Luigi Carlo Farini, di cui l’anno prossimo ricorrerà il bicentenario della nascita, questo tributo che lo Stato Italiano oggi riserva a Baccarini rende le celebrazioni russiane per il 150° dell’Unità d’Italia ancora più speciali e importanti. Un’eredità storica da ricordare con orgoglio”.

Baccarini1

Questo il profilo di Baccarini dal sito del Ministero:

 Nasce a Russi (Ravenna) il 6 agosto del 1826 da una famiglia di piccoli commercianti. Compiuti gli studi secondari nel seminario di Faenza, si iscrive al corso di Matematica e Fisica presso l'Università di Bologna. Nel 1848 partecipa come volontario alla campagna del Veneto contro gli austriaci e l'anno successivo aderisce alla Repubblica romana retta dal triumvirato formato da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini. Conclusasi l'esperienza repubblicana, non potendo terminare gli studi universitari a causa dei suoi trascorsi rivoluzionari si trasferisce a Ravenna per svolgere l'attività di assistente nell'ufficio tecnico provinciale. Ottenuta la laurea quattro anni dopo, continua a esercitare nel municipio di Ravenna come ingegnere aggiunto e poi in qualità di ingegnere capo. In seguito alla conquista delle Legazioni pontificie da parte del Regno di Sardegna, viene confermato nelle sue funzioni da Lucio Carlo Farini, dittatore delle Provincie provvisorie (formate dalle ex Legazioni pontificie e dagli ex Ducati emiliani) nonché suo amico e compaesano. Dopo l'annessione della Romagna al Regno sabaudo (marzo 1860), il ministro dei Lavori pubblici Pietro Paleocapa lo chiama a Torino per prendere parte alla commissione incaricata di studiare un tracciato ferroviario per il collegamento tra il Regno di Sardegna e l'Europa centrale. Fino al 1864 è commissario per la costruzione della ferrovia a Castelbolognese, un'opera che gli procura la promozione a ingegnere di prima classe nel Genio civile di Ravenna e la direzione dei lavori del Canale Corsini. Consigliere comunale a Russi e nella stessa Ravenna (dove ricopre anche il ruolo di assessore ai Lavori pubblici e di consigliere provinciale) si adopera per il risanamento amministrativo e non manca di mostrare sentimenti ultra democratici che gli attirano ben presto le antipatie dei suoi diretti superiori. Sebbene promosso ingegnere capo, nei primi mesi del 1871 viene così trasferito nell'ufficio provinciale di Grosseto, un territorio allora infestato dalla malaria. Il soggiorno nella Maremma toscana si rileva però un'importante esperienza professionale che in breve tempo gli garantisce l'ingresso nell'amministrazione centrale. Nel 1873 il ministro dei Lavori pubblici Giuseppe De Vincenzi fa infatti pubblicare la sua monografia "Sul compimento delle opere di bonificazione e sulla definitiva regolazione delle acque nelle Maremme Toscane". L'opera viene premiata con la medaglia d'oro all'Esposizione di Vienna e gli vale la nomina a membro straordinario del Consiglio superiore dei Lavori pubblici. Nominato capo del servizio fluviale del Ministero, dal 1873 ricopre per tre anni la carica di direttore generale delle opere idrauliche. Nel 1875 affianca Giuseppe Garibaldi nel progetto di sistemazione del tratto urbano del Tevere, un incarico che il generale ha ricevuto dal Governo nell'intento di liberare la capitale dal problema annoso delle rovinose piene del fiume. La proposta Baccarini-Garibaldi, mirante alla deviazione dell'alveo del Tevere, non ottiene però il consenso dei gruppi conservatori e, una volta giunta in Parlamento, viene totalmente snaturata (sarà infatti realizzato il progetto alternativo di contenimento del fiume con alti muraglioni). Eletto deputato al Parlamento nel 1873 e nei due successivi appuntamenti elettorali, non può però insediarsi per l'incompatibilità del mandato parlamentare con la funzione di direttore generale (l'elezione potrà essere convalidata solo nel 1876). Nominato segretario generale ai Lavori pubblici dall'amico e ministro Giuseppe Zanardelli, si preoccupa di rendere meno gravosa per le finanze pubbliche la convenzione di Basilea per il riscatto dall'Austria delle linee ferroviarie dell'Italia settentrionale. Entrato in dissenso con il ministro per la Riforma del Genio civile, nel dicembre del 1876 si dimette da tutti i suoi incarichi e torna a esercitare la sua professione nel Genio civile. Qualche tempo dopo viene però nominato ministro dei Lavori pubblici da Benedetto Cairoli (nel marzo del 1878 e nel luglio del 1879) e da Agostino Depretis (maggio 1881). In tale veste lavora per la realizzazione di un sistema completo della viabilità, prevedendo il completamento della linea ferroviaria, nuovi collegamenti stradali, opere di bonifica, dighe e nuovi porti. La competenza in quelle che possono essere considerate le prime "grandi opere" dello Stato italiano viene assegnata agli ingegneri del Genio civile che, proprio grazie alla legge Baccarini (1882) accentrano il controllo sulle opere pubbliche, divenendo così un corpo tecnico speciale, dipendente dai Lavori pubblici ma autonomo rispetto alle altre amministrazioni. Nel rispetto dei valori democratici in cui aveva sempre creduto, non trascura gli aspetti sociali dell'azione legislativa: cerca di facilitare gli appalti pubblici alle cooperative di lavoratori, migliora lo status dei dipendenti statali, sostiene l'intervento anticipato dello Stato nelle bonifiche, promuove l'istituzione di un'assistenza pubblica così come l'istituzione di casse di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e l'erogazione della pensione per la vecchiaia. Il trasformismo di Depretis lo allontana però dalla linea politica del governo e nel maggio 1883 è costretto a rassegnare le dimissioni. Insieme ad altri quattro autorevoli uomini della Sinistra (Francesco Crispi, Giuseppe Zanardelli, Giovanni Nicotera e Benedetto Cairoli) costituisce così un gruppo di opposizione moderata denominato Pentarchia e fonda il quotidiano "La Tribuna". Esponente più radicale dei pentarchici, si trova più volte in dissenso con le iniziative del governo riguardanti la sfera dei lavori pubblici e con gli stessi membri del suo gruppo. Morto Depretis, rifiuta l'invito di Crispi a far parte del nuovo gabinetto e negli ultimi anni della sua vita si adopera in maniera particolare contro le influenze clericali nella lotta politica romana. Muore a Russi il 3 ottobre 1890.

 

 
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